ottanta momenti di inutile bellezza

 

Quando voglio tirarmi su di morale e passare qualche ora piacevole, vado in via Firdusi, dove il signor Firdusi ha un negozio di tappeti persiani. Il signor Firdusi, che ha trascorso la vita a contatto con l’arte e la bellezza, guarda la realtà circostante come un film di serie B proiettato in un vecchio cinema pidocchioso. “È tutta una questione di gusto,” mi dice. “La cosa più importante è aver gusto. Se un po’ più di gente avesse un po’ più di gusto, il mondo sarebbe diverso.” Per lui tutti gli orrori (lui li chiama orrori), come la menzogna, il tradimento, il furto, la delazione sono riconducibili allo stesso denominatore comune: sono azioni commesse da gente priva di gusto. È convinto che il paese sopravviverà a tutto e che la bellezza sia indistruttibile. “Si ricordi,” mi dice srotolando l’ennesimo tappeto (sa che non lo comprerò, ma vuole almeno rallegrarmi gli occhi mostrandomelo), “che quel che ha permesso ai persiani di restare persiani per duemilacinquecento anni, quello che ci ha permesso di restare noi stessi malgrado tante guerre, invasioni e occupazioni, è stata la nostra forza spirituale, non quella materiale; la nostra poesia, non la tecnica; la nostra religione, non le fabbriche. Che cosa abbiamo dato al mondo? Gli abbiamo dato la poesia, la miniatura e il tappeto. Come vede, tutte cose inutili dal punto di vista produttivo. Ma è proprio in esse che abbiamo espresso noi stessi. Abbiamo dato al mondo questa meravigliosa e irripetibile inutilità. Gli abbiamo dato qualcosa che non serviva a rendere più facile la vita, ma ad abbellirla, sempre che una distinzione del genere abbia senso. Per noi, per esempio, il tappeto è un bisogno vitale. Se lei stende un tappeto in mezzo a un deserto rovente e ci si sdraia sopra, le sembra di stare su un prato. Sì, i nostri tappeti ricordano i prati in fiore. Si vedono fiori, giardini, laghetti e fontane. Tra i cespugli si aggirano pavoni. Un tappeto dura per sempre, un buon tappeto mantiene i colori per secoli. Per cui anche vivendo in un deserto spoglio e monotono, è come se lei vivesse in un eterno giardino che non perde mai i suoi colori e la sua freschezza. Può anche sbizzarrirsi a immaginarne i profumi, il mormorio del ruscello, il canto degli uccelli. E allora si sente felice, si sente fortunato, è vicino al cielo, è un poeta.”

[Ryszard Kapuściński, Shah-in-shah]

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